La Spiaza vacanze panama

Passaggio nelle Mangrovie
A gennaio 2007, dopo quasi due mesi di full-immersion quasi ascetica nell’indescrivibile bellezza naturale del luogo, ci raggiungono a Playa Las Lajas degli amici di Modena. Prendiamo l'occasione e, assieme a loro, accettiamo l'invito di un “amigo” del pueblo, Raoul, che si offre come guida per il guado delle mangrovie e la risalita sull'unica altura della zona, una collinetta scoscesa alle spalle della spiaggia. Ci viene detto che lassù in cima, oltre che una vista mozzafiato abbraccia le foci dei due fiumi, che segnano il limitare dei 14 chilometri ininterrotti di battigia, e le isole di fronte, vi sono sparse rocce vulcaniche porose, solcate da antichi geroglifici Indios quasi svaniti, la cui memoria si perde nelle generazioni passate...pochi stranieri, ci dicono, sono saliti fin lassù per ammirarli. Aspettiamo le 2 del pomeriggio del giorno dopo, da secoli il momento in cui la marea si ritrae pigramente, lasciando la battigia secca per quasi un chilometro e abbassando il livello del canale di acqua salmastra in cui sorge la foresta di mangrovie. L'unico momento del giorno, ci dicono, in cui il guado non è particolarmente rischioso. Ci presentiamo con le nostre scarpe da trekking, la nostra guida scuote il capo e ci spiega pazientemente che non è possibile camminare tra le radici, fino alla cintola nell'acqua fangosa, con delle scarpe ai piedi, l'unico modo è senza. Un po' stupiti, un po' intimoriti ci mettiamo le "changletas", le infradito, e ci incamminiamo in fila indiana lungo il limitare del pascolo, che si trova tra la strada e le mangrovie. Arrivati ad un certo punto, la nostra guida alza con la punta del machete la parte superiore della staccionata di filo spinato e ci fa segno di passare in mezzo. Inutile dire che ci ho lasciato un pezzo di maglietta attaccato. Superato tutti il filo spinato, ci ritroviamo nel pascolo nell'erba alta fino alla coscia. C'è una piccola mulattiera quasi invisibile che segna il cammino che porta all'entrata del "manglar": arriviamo quasi a metà quando una cinquantina di torelli, giovani ma già provvisti di un bel paio di corna, si riunisce di fronte a noi, guardandoci con occhi terrorizzati e curiosi. Subito ci preoccupiamo della situazione, ma veniamo tranquillizzati con un "no te preocupes, se non alzate le mani di scatto non ci caricano". Guadagniamo il più velocemente possibile il limitare della foresta, i cui alberi da vicino appaiono immensamente più alti e maestosi di quanto non sembrino dalla spiaggia. Ci viene spiegato che qualche anno prima è stato scavato tra le radici un canale profondo fin sotto il livello della bassa marea, per far passare un tubo dell'acqua: noi l'avremmo risalito con il favore della secca. Ci togliamo anche le infradito e cominciamo, sempre in fila indiana, ad avanzare nell'acqua melmosa, sulle radici scivolose del fondo. Nel giro di pochi metri siamo immersi fino alla cintola, senza poter vedere dove stiamo mettendo i piedi, che ogni tanto trovano un punto vuoto e ci fanno scivolare in acqua fino alle spalle. A questo punto mi sono chiesta..."ma chi cavolo me l'ha fatto fare???", ma, non avevo ancora finito di pensarlo, che ecco planare sopra di noi un piccolo stormo di pappagallini dalla sgargiante livrea verde. Tutta la bellezza selvaggia, aspra, eppur delicata della natura mi appare davanti agli occhi e rende certamente più sopportabile l'acqua densa e scura in cui siamo immersi. Finalmente arriviamo ad un ponticello che ci permette di evitare l'ultima parte del guado, dove l'acqua è sempre alta e l'unica maniera di passare è nuotare. Ci fermiamo per un po' ad ammirare la foresta, immobile nel suo silenzio quasi mistico, rotto solo dai fruscii delle foglie e dai brevi richiami degli uccelli, che volano armoniosi da un ramo ad un altro. L'erba è molto più alta che nel pascolo, mi arriva alle spalle, la nostra guida, che ci precede, apre un varco a colpi di machete. Quasi mi dispiace disturbare il placido equilibrio di quella distesa verde che ondeggia sinuosa al minimo soffio di vento. Cominciamo la lenta risalita verso la sommità del "cerro". Ci viene fatto promettere da Raoul di rivolgere le spalle alla baia sottostante durante l’ascesa, per evitare di rovinare lo spettacolo finale. Accettiamo di buon grado e continuiamo a salire, con le nostre ciabattine per niente adatte alla passeggiata. Arrivati nei pressi della cima, tra gli alberi che sono più che altro arbusti dal tronco tortuoso, scavato dal vento e dal sole, ci sono, sparsi qua e la, quasi un gigante li avesse scagliati lì, dei massi di roccia vulcanica porosa e friabile, coperta da un sottile velo di licheni. La nostra guida fa scorrere la punto del machete su dei piccoli canali appena accennati ed ecco balzare ai nostri occhi la linea dei vecchi graffiti. Ce ne sono molti, la maggior parte consumati dagli elementi, c'è una sorta di drago, un occhio, un coccodrillo e altre figure per noi incomprensibili. Essendo così presi a giocare ai piccoli Indiana Jones, ci scordiamo quasi della "sorpresa", che non tarda a lasciarci senza parole per la sua indescrivibile visuale. Una sensazione animale di pura libertà, lassù sopra la playa, sul tetto di quel piccolo mondo naturale, con le isole tutt'attorno come una collana, ma di certo ben più preziose di qualsiasi gioiello. Ed ecco la foce del fiume al limitare est della battigia che si allarga in una laguna, tutta la lunghissima lingua di sabbia che si va allargando man mano che la marea si ritrae, lasciando un velo d'acqua che riflette il cielo... Ci laviamo via il fango delle mangrovie in un ruscello di acqua limpidissima e gelida, dove riusciamo anche ad intravedere una di quelle simpatiche lucertoline che corrono sul pelo dell'acqua. Dopo le foto di rito, scendiamo per l'altro lato della collina, dove incrociamo la strada che porta alla spiaggia. Proprio all'ultima curva troviamo un grande stagno dove le mucche convivono con fenicotteri neri, bianchi e rosa. Stanchi ma colmi dell'avventura appena vissuta, ci incamminiamo sulla spiaggia verso le nostre capannine di bambù, dove ci aspetta una buona razione di “pollo frito y arroz” ma, soprattutto, un bel paio di cervezas Atlas a testa.
Tour delle Mangrovie